L'eternità
Grande incognita di tutti i tempi di Giulia Brignone
Dacché l'essere umano ha iniziato a porsi interrogativi riguardo la sua esistenza, egli è entrato in contatto con la realtà della morte. Tuttavia, a causa dei limiti della mente umana, nessuno è mai riuscito a definire integralmente la concezione di questo fenomeno al confine tra la scienza e il mistero filosofico. In questo articolo analizzeremo la relazione tra l'uomo e la morte, attraversando la storia dell'umanità per infine soffermarci sui giorni nostri.
Come noi tutti sappiamo, fin dai tempi antichissimi, l'uomo ha cercato di trovare un senso nella morte non ritenendola la fine. Basti pensare soltanto ai culti sacri e ai riti funebri delle primissime civiltà che presumevano l'esistenza dell'aldilà, del passaggio dell'anima a vita migliore, come, per eccellenza, la civiltà Egizia. Ponendo invece il focus, pochi secoli più tardi, sulla civiltà greca, possiamo affermare che da allora l'uomo ha creato delle spiegazioni che permettevano di non confermare la morte come il termine della vita.
Infatti, il mito greco è caratterizzato dall'esistenza degli Inferi, il mondo dell'oltretomba che si contrappone alla vita terrena e, oltre a questo, in epoca romana, alcuni autori latini pop Ovidio e Apuleio, nelle loro rispettive Metamorfosi, hanno conferito alla morte il valore di trasformazione.
Facendo poi un salto temporale di parecchi secoli, grazie all'opera dello storico francese Philippe Ariès, che ha affrontato nel suo libro "Storia della morte in Occidente" il rapporto tra uomo e morte, ci è possibile parlare della questione per quanto riguarda la storia altomedievale fino all'epoca contemporanea appunto in Occidente, se non altro perché è la realtà più vicina a noi.
L'alto medioevo era il periodo, secondo lo storico, della cosiddetta "morte addomesticata", durante la quale l'atteggiamento dell'uomo non è altro se non la rassegnazione. La morte viene quindi accettata come naturale e le esequie funebri sono basate sulla semplicità.
Successivamente, con la diffusione del Cristianesimo, la concezione della morte diventa strettamente legata alla paura del giudizio secondo il quale, per "morire bene", bisogna comportarsi in modo moralmente corretto. Pertanto, è proprio in questo periodo che nascono le Artes Moriendi, veri e propri manuali che spiegano come morire bene, analizzando l'importanza dell'amore per la vita e la conseguente paura di perderla.
A partire dal Seicento, l'uomo si svincola dalla concezione di morte come unicamente legata alla propria vita e comincia a riflettere sul destino altrui; si diffonde infatti il culto delle tombe che pone al centro l'importanza del rimembrare i propri affetti perduti.
Infine, la concezione della morte che parte dal secondo dopoguerra e si protrae fino ad oggi è quella della "morte proibita". Nella società odierna, infatti, l'individuo assume un atteggiamento ambiguo nei confronti della morte: da una parte cerca di scappare dalla visione che conferma la sua condizione di finitezza, dall'altra cerca di conciliare la coscienza del limite con escamotage che gli permettono, nell'immediatezza, di allontanarsi il più possibile da essa. Proprio a questo si riferiva Edgar Morin, filosofo francese, quando precisò il concetto di società "amortale". Secondo lui, infatti, nella nostra collettività la morte è diventata un tabù: sostanzialmente, l'uomo ha sviluppato una sorta di meccanismo di difesa che, secondo egli stesso, gli permetterebbe di essere al sicuro dalla morte, come se non preoccupandosi e relazionandosi con l'esistenza di quest'ultima non ne fosse coinvolto. Questo atteggiamento si palesa anche nel frequente utilizzo di traslati per riferirsi al termine senza mai doverlo pronunciare: che sia nel giornalismo, nella terminologia medica o nell'ipocrisia del dialogo quotidiano, dove nessuno muore mai, semmai manca perché la schiettezza della prima forma risulta indelicata. Tuttavia, la graduale perdita del controllo della religione e della rispettiva condizione di etica morale che si rifà ad essa sulla società, si riversa anche sul controllo che questa ha sulla questione della morte.
Infatti, si può affermare che una parte della comunità assume oggi un atteggiamento controcorrente rispetto a quello di cui abbiamo parlato finora. Questi individui infatti, oltre ad avere una progressiva presa di coscienza nei confronti della morte, non solo la accettano, ma la accolgono, ricercandola anche laddove la medicina potrebbe intervenire per preservare la vita.
Se il valore della fede sta ormai scomparendo nella nostra società, rimane però per molti l'unico rifugio per avere ancora speranza nell'esistenza di una miglior vita come riscatto a quella piena di ingiustizie, atrocità, soprusi e violenza in ogni forma che tutti stiamo vivendo.
